La cattura di Totò Riina il 15 gennaio 1993 a Palermo: l’Operazione Belva, il ruolo del ROS, il riconoscimento di Balduccio Di Maggio e il mistero del covo di via Bernini.
Il 15 gennaio 1993 è una data rimasta impressa nella storia italiana. A Palermo, dopo oltre vent’anni di latitanza, venne arrestato Salvatore “Totò” Riina, il capo dei capi di Cosa nostra, l’uomo indicato come il vertice della stagione più feroce della mafia corleonese e delle stragi che avevano colpito lo Stato.
L’operazione, ricordata come Operazione Belva, arrivò pochi mesi dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, in un clima di tensione altissima. Riina era il simbolo della sfida frontale della mafia alle istituzioni. La sua cattura, per questo, fu letta subito come un successo enorme dello Stato, anche se negli anni successivi alcune scelte operative avrebbero alimentato dubbi e polemiche.

L’operazione Belva contro Riina: il riconoscimento in via Bernini e il blitz del ROS
La svolta arrivò grazie alle informazioni di Baldassare “Balduccio” Di Maggio, ex uomo vicino all’ambiente mafioso e conoscitore diretto di Riina. Nei giorni precedenti l’arresto, le sue indicazioni permisero agli investigatori di concentrare l’attenzione su alcuni luoghi di Palermo, tra cui il complesso di via Bernini.
La mattina del 15 gennaio, gli uomini del ROS dei Carabinieri, con il capitano Sergio De Caprio, noto come Capitano Ultimo, erano appostati nella zona. Di Maggio era presente per riconoscere eventuali persone in uscita dal complesso. Alle 8.55, Riina uscì insieme a Salvatore Biondino, seduto sul lato passeggero dell’auto. Il riconoscimento fu immediato.
Pochi minuti dopo, intorno alle 9.00, l’auto venne bloccata in viale Regione Siciliana, a circa ottocento metri da via Bernini. Riina fu arrestato senza una sparatoria, senza una scena spettacolare, quasi in modo improvviso rispetto al peso storico di quel momento. In pochi istanti finiva la latitanza dell’uomo più ricercato d’Italia.
Il covo non perquisito subito e le ombre successive
Dopo l’arresto, però, il caso non si chiuse davvero. Il punto più controverso riguardò la mancata perquisizione immediata del covo di via Bernini. L’irruzione avvenne solo il 2 febbraio 1993 e l’immobile venne trovato svuotato, con mobili accatastati e pareti ritinteggiate.
Quella scelta aprì una lunga scia di interrogativi. Il procedimento giudiziario sulla mancata perquisizione portò all’assoluzione di Mario Mori e Sergio De Caprio dall’accusa di favoreggiamento aggravato, ma il tema rimase uno dei capitoli più discussi della cattura.
L’arresto di Totò Riina resta così un evento doppio: da una parte, la fine della latitanza del capo di Cosa nostra; dall’altra, l’inizio di una serie di domande su ciò che accadde subito dopo, attorno al luogo in cui il boss aveva vissuto nascosto per anni.